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Spazi studio

Altri studenti, altro modo di studiare. Un punto sul quale non c’è verso di persuadere chi ha fatto l’università negli anni ‘60 è che gli studenti sono cambiati: molti di più, di origine sociale mediamente più bassa, vengono in università giusto per le lezioni e poi sciamano via, tornano a casa dove rimane il centro dei loro interessi. Spesso viaggiano per lunghe ore. Insomma per studiare rimane poco tempo, magari tra una lezione e l’altra. Ma sembra che chi progetta nuovi atenei non abbia mai studiato in una università. Infatti…

Spesso si studia in corridoio: eh sì, non in una aula studio decentemente attrezzata, ma su banchi allineati in corridoi più o meno spaziosi. Non in un reparto della biblioteca accettabilmente silenzioso, ma su tavoli disseminati ovunque, tanto quelli una sala studio ben fatta non sanno nemmeno cos’è.

Studio, ma non solo. Molti fanno di necessità virtù e cercano di mettersi in testa qualcosa, tra strilli, saluti, rallegramenti per l’esame superato e tutto quanto si farebbe nella piazzetta di un campeggio. Gli insegnanti che spiegano nelle aule adiacenti non sono contenti di questo continuo casino, ma gli studenti in aula non sembrano a disagio. Forse dopo 5 anni di scuola secondaria non se ne accorgono nemmeno.

Eppure basterebbe poco: liberare spazi studiando una organizzazione efficiente del calendario accademico; predisporre pannelli digitali che segnalano la disponibilità delle aule libere per studio; responsabilizzare le organizzazioni studentesche incaricandole di gestire un servizio volto ad assicurare un silenzio accettabile, secondo le destinazioni dei luoghi. Continuare a trascurare l’importanza della dignità dei luoghi e il bisogno di calma per lo studio li priva di un’esperienza dovuta e ne abbassa la produttività. Una visita (anche turistica) ad una università USA dà un’idea di cos’è un luogo dedicato allo studio.

© Paolo Trivellato

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