Stipendi uguali per tutti
Gli stipendi non sono alti: un professore ordinario guadagna
all’inizio
della carriera 2.500 € e può arrivare ad un massimo di
4.700. Per un associato si va 2.000 a 3.600, e per un ricercatore
si parte da 1.600 per poi finire a 2.700 (stipendi netti mensili
delle posizioni confermate e a tempo pieno al gennaio 2005: http://xoomer.virgilio.it/alpagli/Tabella2005.htm). È però bene
osservare che i docenti universitari non hanno di fatto alcun obbligo
di orario e che i loro stipendi sono distanti anni luce dai compensi
dei docenti a contratto.
La sede non fa differenza. Insegni a Roma? Bene, il tuo stipendio
sarà lo stesso del tuo collega che insegna a Lecce dove
il costo della vita e certamente ben inferiore.
La materia non conta. Insegni una materia “rara” e i
cui saperi sono molto richiesti sul mercato delle professioni? Lo
stipendio sarà identico (a parità di rango e anzianità)
a quello di un tuo collega che insegna una disciplina priva di
qualsiasi valore di mercato.
Il carico di lavoro non conta. Hai centinaia di esami ogni anno
e segui decine di tesi? Guadagnerai lo stesso del tuo collega assenteista
che in un anno fa 10 esami e 1 tesi.
Gli studenti non contano. Ami insegnare e i tuoi studenti ti apprezzano
e lo dicono chiaramente quando sono intervistati dal Nucleo di
valutazione? Il loro affetto non avrà nessun impatto sul
tuo stipendio.
“Ma è così in tutto il pubblico impiego” diranno
alcuni. Vero ma alcune università si sono rese conto che questo
appiattimento salariale è un vincolo e stanno studiando sistemi
di retribuzione legati ai risultati. E poi: il sistema in vigore
l’abbia provato per qualche decennio e i risultati sono davanti
agli occhi di tutti. Non vale la pena di provare sistemi nuovi
almeno su piccola scala?
© Corrado de Francesco e Paolo Trivellato
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