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I Crediti Formativi Universitari

I crediti sono i mattoncini del LEGO: i corsi offerti dalle università sono paragonabili a scatole più o meno complete e attraenti, gli studenti le comprano e si costruiscono il loro bel giocattolo accademico, più o meno ricco e complicato, a seconda dei mattoncini scelti. Stiamo parlando dei Crediti Formativi Universitari (CFU).

Un credito vale 25 ore di lavoro (tra lezioni, studio e esercitazioni): ciò significa che un corso da 6 crediti dovrebbe richiedere 150 ore di applicazione tra lezioni, studio a casa, esercitazioni se previste. Di norma uno studente dovrebbe acquisire 60 crediti all’anno, dunque lavorare per 1.500 ore, poco meno del monte ore annuo standard di un lavoratore dipendente. Ma in certe facoltà si assume che lo studente debba lavorare 1.800 ore, e allora il credito vale 30 ore. Quanto sia diffusa la consapevolezza che esiste questa specie di moneta di conto universitaria e quanto la si utilizzi come metro per la programmazione e l’erogazione dei corsi rimane controverso.

Pro e contro. A ben vedere questo peso in ore è un vantaggio e un vincolo. Un vantaggio perché permette di comparare (e ove possibile rendere equipollenti) corsi tenuti in diversi paesi europei. Un vincolo perché il numero di crediti dovrebbe costituire una sorta di linea guida per il docente nel definire il proprio programma e nello stimare il tempo necessario allo studente medio per padroneggiarlo.

I vincoli non piacciono ma i crediti sono un’occasione per mettere ordine nei curricula e per individuare un corpus di conoscenze delimitato: infatti, una suddivisione del monte ore in unità elementari spinge ad una scelta di saperi elementari. Scelta obbligata tenuto conto che in un dato monte ore finito è possibile impadronirsi di conoscenze o competenze finite. Si tratta solo di metterli in fila in ordine di importanza e di decidere chi li insegna: è la via maestra del sillabo.

© Paolo Trivellato

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