L’insegnamento
Centrale e per nulla considerato. È solo uno dei paradossi
dell’università: l’insegnamento è una delle
tre attività principali dei docenti universitari, insieme
con la ricerca e con i compiti organizzativi. Passare agli allievi
conoscenze, indicare sentieri di crescita, lasciare il segno in modo
che gli studenti sviluppino il loro potenziale. Questo ci si aspetta
che accada nelle aule universitarie. E invece è l’eccezione.
Perché i docenti sanno che la loro carriera dipende dalle
pubblicazioni, e che una prestazione modesta a lezione non reca conseguenza
alcuna. Capita così che vadano a lezione impreparati. E
gli studenti se ne accorgono subito.
Strutturazione. Anche i più distratti tra gli studenti, o
forse loro per primi, si accorgono quando il docente non ha strutturato
il suo discorso (o la sua esercitazione) e fa del suo meglio tra
appunti, lucidi, post-it che spuntano dai libri che ha recato con
sé. Questo atteggiamento approssimativo del docente ha due
conseguenze: da una parte veicola esempi negativi, con rischi evidenti
per quanto riguarda il meccanismo di identificazione (“se il
professore fa così, vuol dire che si può fare…”).
Dall’altra parte si traduce in uno spreco di tempo: il tempo
trascorso a lezione è poco nell’arco dell’intero
curriculum e se quel poco tempo viene sfruttato male, i contenuti
trasmessi saranno insoddisfacenti sia come quantità che come
qualità. Ciò è tanto più vero quanto
più gli studenti hanno una preparazione eterogenea o “non
hanno le basi”.
Tempo di preparazione del docente. Il fatto è che preparare
in modo adeguato le lezioni richiede un sacco di tempo, molto più di
quanto rimanga ad un docente normale, in una settimana normale, dopo
che si è destreggiato tra una sequenza normale di compiti
organizzativi, abbia partecipato ad una normale riunione di un normale
organo collegiale, abbia perso una normale quantità di tempo
incontrando i colleghi alla macchina del caffé, e così via.
© Paolo Trivellato
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